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Claudio Mazza: Detesto le ingiustizie e sono sempre disposto ad aiutare i più deboli.

Arma: L’antico pontino inagibile a causa della negligenza altrui

Il 16 marzo scorso avevo pubblicato un post sul pontino inagibile, chiuso al transito pedonale e veicolare che collega via Marco Polo con via San Giuseppe. Oltre a creare molti disagi ai residenti, la chiusura del pontino sta preoccupando soprattutto gli esercenti commerciali la cui attività si svolge sul lungomare di Arma di Taggia. Come pensavo, questo pontino centenario costruito in ferro, da circa 13 anni non è più stato monitorato e neanche manutentato, altrimenti non sarebbe nello stato in cui si trova oggi. 

 

Il quotidiano Il Secolo XIX il 16 aprile scorso ha pubblicato un articolo titolato “Senza il pontino salta il collegamento tra Arma e Bussana”. L’articolo recita: “Lavori di messa in sicurezza in grave ritardo viabilità per le spiagge nel caos. Si prospetta un’estate da brividi per i bagnanti”. Il pontino costruito un secolo fa, appositamente per far transitare i tram che collegavano Arma e Bussana di Sanremo, è stato chiuso al pubblico all’inizio di dicembre scorso in quanto pericolante e passibile di crolli, come è stato accertato da un ingegnere. Molto probabilmente l’incarico affidato al professionista di esperire la perizia fu determinato dal fatto che già da molto tempo diversi cittadini avevano segnalato il rischio che rappresentava il pontino. Sul precedente articolo apparso l’8 marzo scorso su Il Secolo XIX il titolare del ristorante la Conchiglia si faceva portavoce di quei cittadini che per primi avevano segnalato il pericolo rappresentato dal pontino. Coloro che dovevano provvedere facevano le orecchie di mercante.

 

Sul Secolo XIX del 16 aprile scorso l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Taggia si è pronunciato sul caso. “Dalla verifica si è appurato – sottolinea l’assessore – che vi sono delle usure importanti dovute al tempo, il ponte ha più di cento anni, sulla parte carrabile c’è della corrosione su tutta la struttura”. Se il pontino di ferro fosse stato sottoposto puntualmente alle manutenzioni che ho descritto nel mio precedente post, pubblicato il mese scorso, oggi il manufatto non si troverebbe in questa situazione di estremo degrado e pericolosità per la pubblica incolumità. Anche se il pontino è stato chiuso al pubblico, non dimentichiamo che sotto il pontino ci transitano gli utenti della pista ciclopedonale, dove fino a settembre del 2001 scorrevano i treni della linea Genova-Ventimiglia. Fino al 2001 erano i tecnici delle ferrovie che monitoravano lo stato delle gallerie, delle reti di protezione fissate sulle pareti collinari che costeggiano la linea ferroviaria, per impedire la caduta di sassi sui treni e, infine, tutti i manufatti che sovrastavano la ferrovia. Dallo stato in cui versa il pontino, si può concludere che da tredici anni (dal 2001 in poi) nessuno si è adoperato a monitorare lo stato delle strutture metalliche del pontino.  

 

Il manto bitumoso che era stato steso sulla parte carrabile, dove una volta c’erano le rotaie del tram, è stato scarificato e i lavori da una ventina di giorni non proseguono più. L’assessore ai LL.PP. spiega il motivo sul Secolo Decimonono: “In questo momento siamo nell’attesa del parere preliminare della Sovrintendenza, in quanto sul ponte esiste un vincolo puntuale come bene storico-architettonico, con più di cento anni. Li abbiamo contattati, stiamo aspettando la risposta”.

 

Non vorrei essere l’uccello del malaugurio, però scordiamoci di avere il pontino pronto per l’estate. Innanzitutto bisogna aspettare il parere “preliminare” da parte della Sovrintendenza e, poi, eseguire i lavori per consolidare il ponte. Sarebbe a dire rimuovere tutte le pannellature e le travi in ferro dell’intera struttura che sono corrose dalla ruggine e sostituirle. Non è un lavoro di poco conto sia dal punto di vista tecnico che economico.

 

A parte l’estrema noncuranza da parte dell’Ente preposto al monitoraggio e alla manutenzione del pontino, ciò che mi lascia perplesso è che la competente Sovrintendenza non si sia adoperata per accertarsi che le dovute manutenzioni venissero fatte allo storico pontino posto sotto la sua tutela. Porre sotto la propria tutela un bene storico-architettonico e poi non vigilare affinché venga conservato in buone condizioni, a che cosa serve???   

 

Nella galleria sottostante pubblico diverse fotografie, alcune recenti del pontino, altre dell’epoca in cui in Arma transitavano i tram.

 

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Taggia e Arma: Le città che non hanno gabinetti (pubblici)

Per l’ennesima volta i residenti di Arma e Taggia si lamentano che su tutto il territorio comunale non c’è un gabinetto pubblico. Questa volta La Stampa si fa portavoce dei residenti. Martedì 8 aprile scorso il quotidiano ha pubblicato un articolo titolato “Taggia e Arma senza bagni pubblici, il Comune ora cerca una soluzione”. 

 

E' ora che l’Amministrazione comunale di Taggia si dia da fare per risolvere questo problema che da anni solleva polemiche e proteste sia nel centro storico, a Taggia, che nella frazione balneare, in Arma. Questa situazione si è creata a causa di coloro che dovrebbero provvedere a ciò che è “indispensabile” per la collettività che amministrano e non al “superfluo”, o meglio dire nel caso di specie ai “bisogni” fisiologici di quelle persone che trovandosi per strada potrebbero avere un bisogno impellente da soddisfare. Dico questo perché nel passato sia a Taggia che in Arma, c’erano i gabinetti pubblici in centro città. A Taggia si trovavano in piazza Eroi Taggesi (fotografia in alto). Ad Arma, invece, i gabinetti pubblici attrezzati con le docce erano insediati nel piano interrato di una palazzina nel centro di Arma, ubicata tra via Blengino e i binari della ferrovia. Nel 2001 la ferrovia fu dismessa e il sedime fu riqualificato in pista ciclopedonale.

 

A Taggia, già nel settembre 2005 fu indetta una petizione popolare con la quale i taggesi chiedevano al sindaco il ripristino dei gabinetti pubblici. Il sindaco in carica all’epoca indirizzava una lettera, datata 27 ottobre 2005 – ai due taggesi che avevano raccolto le firme – nella quale si legge: “Con riferimento alla petizione di cui in oggetto, assicuro che questa Amministrazione Comunale ha ben presente la necessità di realizzare servizi igienici pubblici, soprattutto a servizio dei pellegrini che si recano al santuario della Madonna Miracolosa. Stante il regime di vincolo architettonico in vigore su tutto il centro storico, si sta cercando di individuare una soluzione valida sia sotto l’aspetto ambientale che dal punto di vista funzionale”. Passava un anno e mancavano sempre i gabinetti. Nel frattempo il sindaco si era dimesso e il Comune di Taggia fu commissariato. In una lettera indirizzata al Commissario Prefettizio e protocollata in Comune in data 24 luglio 2006 si legge: “…inviammo al Sindaco le firme di una petizione popolare riguardante i servizi igienici in Taggia, 193 firme raccolte in due ore, tanta era la rabbia dei cittadini, e tanti avrebbero firmato. La petizione stessa specifica tutti gli aspetti negativi riguardanti i servizi igienici pubblici, esistenti in Piazza Eroi Taggesi ma chiusi da anni”. La lettera era sottoscritta da Giglio Giuseppe e Bianchini Walter. Nella lettera veniva evidenziato che una quindicina di giorni prima era stato esposto sulla porta dei gabinetti pubblici un cartello che recitava: “Ristrutturazione ed adeguamento igienico sanitario. D.I.A. prot. 30629/04 – 35364/05 del 23/01/06”. Giglio e Bianchini precisavano nella loro lettera: “Non si tratta di ristrutturazione ma di vero cambiamento d’uso, da servizi igienici pubblici ad ambiente per un’associazione”. 

 

Per quanto riguarda Arma, in un primo momento si pensava che il locale adibito a gabinetti pubblici in via Blengino, a fianco dell’edicola, fosse stato venduto a privati in quanto sul cancello a sbarre in ferro, che tutt’oggi è chiuso con un lucchetto, vi sono esposti due cartelli con la dicitura “Proprietà privata”. In fondo alla scala, che conduce al piano interrato, tempo fa si vedeva uno stendibiancheria con dei panni. Tutto lasciava pensare che i “gabinetti pubblici” erano stati trasformati ad uso di “abitazione privata”. Sembrerebbe invece che non è come si pensava. Il locale sarebbe tutt’oggi di proprietà della società Area 24 che gestisce la pista ciclopedonale. E’ impensabile che dei gabinetti pubblici, ubicati in modo tale da poter servire sia gli utenti della pista ciclopedonale che gli armesi siano stati chiusi. Tanto più quando si considera che il sindaco di Taggia, Vincenzo Genduso, eletto nel 2007 e riconfermato nel 2012 (tutt'oggi in carica),  nella sua veste di sindaco e contemporaneamente di vice Presidente di Area 24 Spa (da luglio 2011 a maggio 2013), non si sia adoperato a mantenere i gabinetti pubblici di Arma in servizio, a disposizione dei residenti e dei ciclisti in transito sul territorio che amministra. Lasciare quel locale abbandonato anziché utilizzarlo a buon fine, non può che manifestare il disinteresse dell’Amministrazione comunale nei confronti della collettività e dei turisti che sempre più si fanno rari, soprattutto quelli stranieri. 

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Malasanità: Denunce archiviate, assicurazioni che sborsano, responsabili che la fanno franca

In data 18 novembre 2012 la RAI trasmetteva il programma “Ippocrate”. Nell’emissione televisiva veniva intervistata la Dott.ssa Francesca Moccia, vice segretaria generale di Cittadinanzattiva, la Onlus il cui scopo è la tutela dei diritti dei cittadini nel settore sanitario. Il presentatore iniziava il servizio annunciando che ogni anno vengono intentate 34 mila cause per malasanità e i risarcimenti ammontano a un miliardo. Nel 60% delle cause civili si ottiene il risarcimento. Nel penale, invece, sarebbe a dire quando la vittima (o un suo familiare) prende carta e penna e presenta una denuncia alla magistratura,  oppure tramite un avvocato se dispone i mezzi per permetterselo, il 99 % dei casi vengono archiviati. Questo 99% mi ha profondamente indignato perché significa che le vittime di malasanità non godono di alcuna considerazione da chi ha il dovere di condannare colui che sbagliando commette un torto al suo prossimo, rendendolo invalido oppure addirittura mandandolo all’altro mondo.

 

Da questo dato (preoccupante) 99%, si evince che i medici sanno perfettamente che se sbagliano non avranno grane con la giustizia, che la gerarchia sanitaria li coprirà. Peggio che vada diranno ai loro pazienti di rivolgersi alla loro compagnia di assicurazione che li risarcirà, come si fa per un banale incidente automobilistico In un paese che si reputa uno Stato di Diritto tale situazione è inaccettabile.

 

Se un poliziotto in servizio spara a un rapinatore e lo ammazza, va in galera. Se un tizio spara per legittima difesa e uccide un ladro che si è intruso nella propria abitazione, anche tizio rischia di finire in galera se non ha un buon avvocato. Non capisco per quale motivi i medici la fanno franca. Questa tolleranza nei loro confronti non farà altro che aumentare i casi di malasanità in Italia. In questo blog nella rubrica “salute” si può leggere un post che ho pubblicato il 17 febbraio 2013, dove descrivo due casi di malasanità nell’ambito psichiatrico. Una vicenda accaduta nel SPDC di Imperia e l’altra nel SPDC di Bordighera. Per il caso di Bordighera, un psichiatra ha fatto firmare il “consenso informato” ad una paziente dichiarata demente all’ingresso del SPDC, la quale dopo essere stata sottoposta per 5 giorni a TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) firmava il consenso informato, per proseguire il ricovero volontariamente, allorché quel giorno la paziente era “confusa, disorientata nel tempo e nello spazio, confabulante e disorganizzata nell’ideazione”, come recita il diario clinico steso e firmato da quello stesso psichiatra. Quel medico meriterebbe di essere radiato dall’albo e condannato a risarcire la paziente, che è stata dimessa invalida dopo 28 giorni complessivi di degenza in psichiatria. Quando fu ricoverata calzava stivali con le zeppe. Quando fu dimessa si reggeva in piedi a mala pena, era incapace di deambulare autonomamente. La terapia a cui era stata sottoposta l'aveva fatta diventare, pure, incontinente e le avevano messo il pannolone durante la degenza. Pubblico il formulario del Consenso Informato che è stato fatto firmare a questa paziente, la quale ovviamente nelle condizioni cliniche in cui si trovava non poteva essere in grado di comprendere l’importanza e le gravi conseguenze che la sottoscrizione di quel documento comportava. Questo caso definirlo di malasanità è dir poco !!!

  Per visionare il consenso informato cliccare qui 

 

Treni FS: Dalle stelle alle stalle

In un momento in cui la maggioranza degli italiani ha sempre più difficoltà ad arrivare alla fine del mese, che l’Italia non offre ai giovani alcuna prospettiva per l’avvenire, che i disoccupati aumentano come pure il numero di frequentatori delle mense popolari, non da emarginati (clochard) ma da persone del ceto medio che hanno perso il lavoro e che non fruiscono di alcun sostentamento dallo Stato; in questo panorama desolante dove la ripresa economica non è altro che un miraggio come la goccia d’acqua nel deserto, c’è chi guadagna 850 mila euro l’anno e non intende fare alcun sacrificio (per modo di dire…) se gli riducono il lauto stipendio.   

 

Questa persona fortunata che guadagna la bellezza di 70 mila 833 euro mensili è l’Amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, l’Ing. Mauro Moretti. Quando ha saputo che le retribuzioni ai super-dirigenti (la sua compresa) verranno ridotte, è andato su tutte le furie e ha detto che in tal caso si dimetterà. Su la Stampa del 22 marzo scorso Moretti ha dichiarato: “Per il momento credo vogliano tagliare gli stipendi dei super-manager dello Stato. Io prendo 850 mila euro l’anno e il mio omologo tedesco ne prende tre volte e mezza tanto”. Moretti confronta il suo stipendio con il suo omologo tedesco, però non con quello dei suoi colleghi che ne prendono meno di lui. Il direttore generale delle ferrovie svizzere, Andreas Meyer, percepisce 820 mila euro all’anno. Il presidente delle ferrovie francesi guadagna molto meno di Moretti. Guillaume Pepy percepisce soltanto 250 mila euro all’anno.

 

Non contento, l’Amministratore delegato di FS – si legge su La Stampa – ha chiamato in causa persino Napolitano e il suo stipendio. “Ci sono forse dei casi da dover rivedere – ha argomentato Moretti – ma la logica secondo cui uno che gestisce un’impresa che fattura miliardi deve stare al di sotto del Presidente della Repubblica è una cosa sbagliata”. Per Mauro Moretti la sola unità di misura sono i soldi e in base a quanto uno fattura deve essere retribuito. E’sbagliato!  Il Presidente della Repubblica rappresenta 60 milioni di italiani (residenti) e ricopre responsabilità molto più elevate di quelle che Moretti assume. Mi è difficile concepire che una persona che ha fatto una carriera dirigenziale in seno alle Ferrovie dello Stato e nello stesso tempo svolto l’attività sindacale nella stessa società, oggi al vertice delle FS e guadagnando una barca di soldi, non abbia dimostrato alcuna solidarietà nei confronti di tutti quelli a cui verranno tagliati gli stipendi. Nei confronti dei suoi ex colleghi sindacalisti, probabilmente tutt’oggi in servizio in ferrovia, Moretti non si sente un po’ a disagio? Soprattutto verso coloro a cui la loro carriera è stata compromessa a causa dell'attività sindacale che svolgono.  

 

Quando è stato presentato a Rimini il nuovo treno Frecciarossa, l’Amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, ha detto: "Un treno che vuole esaltare quella particolarità dell'industria e della cultura italiana che si lega alla bellezza". Prima di dotarsi ed esaltarsi del Frecciarossa sarebbe stato preferibile sostituire i sgangherati treni regionali che percorrono lo stivale dal nord al sud dando, ai turisti stranieri, una brutta immagine dell'Italia. Per sapere ciò che è accaduto a due sindacalisti di Trenitalia cliccare qui.

Vi propongo di visionare il video in basso

 

Taggia-Arma: Stazione FS snobbata dagli utenti non dai vandali

La stazione ferroviaria di Taggia-Arma torna di nuovo di attualità. Questa volta non per la sua struttura mastodontica sottoutilizzata e neanche perché i sindaci di Taggia e Sanremo pretendono che la “propria stazione” sia il punto di riferimento per l’intera provincia, ma per i  recenti atti  di vandalismo perpetrati nella stazione di Taggia-Arma, oggetto dell’articolo pubblicato il 19 marzo scorso sul quotidiano Il Secolo XIX titolato “Stazione ostaggio di una gang di vandali le Ferrovie sbarrano la sala di attesa”. Sul giornale si legge che la sala di attesa è stata chiusa a causa di continui e gravi atti vandalici. Sedili divelti, scritte sui muri e un utilizzo improprio del locale come bivacco per trascorrere la notte. “Difficile stabilire una data precisa di riapertura – recita l’articolo –, ma Rfi (Rete ferroviaria italiana) assicura che a breve verrà effettuata una ritinteggiatura per coprire le scritte sui muri e che saranno sistemate nuove sedie, attualmente ne sono rimaste soltanto nove”.

 

All’indomani della pubblicazione dell’articolo sono andato in stazione e ho trovato la sala di attesa chiusa e un cartello con scritto: “Rfi è spiacente di comunicare la chiusura temporanea della sala di attesa di questa stazione. La chiusura è dovuta a continui e gravi atti vandalici, compiuti da ignoti a danno della collettività che ha reso la situazione insostenibile”. Ciò che mi ha colpito sono i muri della sala di attesa, sui quali non si vede alcuna scritta. I muri sono belli puliti. Anche la sala apparentemente è in ordine. Ho contato i sedili, sono nove come si legge sul giornale. Aggiungere altri sedili per rimpiazzare quelli rotti sarebbe semplice. Non capisco il motivo per il quale Rfi abbia detto che è difficile stabilire una data precisa di riapertura. Nei suoi depositi non ha sedili di scorta?     

 

I vandali non hanno neanche risparmiato i gabinetti. Sulla porta dei W.C. vi è affisso un cartello con scritto: “Per evitare ulteriori atti vandalici le chiavi si possono ritirare presso l’ufficio del capostazione dopo aver esibito il biglietto di viaggio”. Che la porta dei gabinetti sia stata chiusa per l’inciviltà di alcuni sbandati posso capirlo, però ciò che trovo anomalo e assurdo che per potere soddisfare i propri bisogni fisiologici si debba presentare al capostazione il biglietto di viaggio. Una persona che non è munita di biglietto e che si trova in stazione “soltanto” per accogliere un viaggiatore, dove deve andare nel caso avesse un bisogno impellente?    

 

Già cinque anni fa il quotidiano La Stampa il 20 ottobre 2009 pubblicava un articolo titolato: “La stazione di Taggia assomiglia al Bronx”. Sul giornale si leggeva che sovente nella stazione di Taggia-Arma dormivano dei senza tetto, addirittura uno di loro si era portato appresso la brandina.

 

Quando fu dismessa la vecchia stazione ferroviaria di Taggia-Arma e inaugurata nell’ottobre 2001 la nuova linea ferroviaria a monte a doppio binario, la nuova stazione doveva diventare il baricentro del traffico ferroviario di tutta la provincia di Imperia e accogliere diverse attività commerciali, era previsto persino il trasferimento della sede della Polizia Municipale di Taggia nella nuova stazione ferroviaria. Di tutte queste previsioni neanche una è stata realizzata. La stazione di Taggia-Arma è rimasta una cattedrale nel deserto, poco frequentata per i  pochi treni che si fermano. Di notte è talmente insidiosa che il capostazione si chiude a chiave nel suo ufficio. 

 

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Arma: Il ponte dei lamenti quando sarà transitabile?

Da più di tre mesi il vecchio ponte in ferro che collega via Marco Polo con via San Giuseppe è chiuso alla circolazione per motivi di sicurezza. Su La Stampa del 24 gennaio scorso si leggeva che l’ingegnere a cui è stato dato l’incarico di fare le verifiche ha constatato che il ponte è pericolante e passibile di crolli.

 

L’8 marzo scorso il quotidiano Il Secolo XIX ha pubblicato un articolo titolato “La rabbia di Arma: senza il pontino siamo tagliati fuori”. Operatori commerciali e residenti, tutti protestano per l’interruzione della circolazione sul pontino che sta creando enormi disagi. L’articolo recita: “Chi arriva con l’auto dal centro di Arma o da Bussana è costretto, al suo ritorno, a effettuare un giro lunghissimo che lo porta fino in Valle Armea, per poi rientrare lungo la via Aurelia”. Sul giornale datato 8 marzo scorso si legge che il titolare del ristorante La Conchiglia non risparmia critiche affermando: “Avevamo segnalato da tempo il possibile rischio di quel pontino sopra la pista ciclabile, all’improvviso all’inizio di dicembre è diventato pericolosissimo”. Preoccupa il fatto che un ristoratore e comuni cittadini avevano segnalato da tempo che il pontino rappresentava un rischio e i tecnici del Comune di Taggia non si erano accorti di niente. Se lo sapevano e non presero le dovute precauzioni è ancora peggio. Il Secolo XIX prosegue il suo articolo scrivendo che l’assessore ai Lavori Pubblici, su consiglio dell’ingegnere, ha disposto l’inizio del montaggio del ponteggio sotto il ponte al fine di mettere in sicurezza il tratto di pista ciclabile sottostante. Fino a ieri, sabato 15 marzo, il ponteggio non è stato ancora allestito. Ciclisti e pedoni transitano sotto il pontino come se niente fosse.

 

Il vecchio ponte in ferro che sta creando disagi e malumori a parecchia gente è stato costruito nel 1900 per permettere il transito dei tram della linea tranviaria che collegava le città di Ospedaletti – Sanremo – Taggia. Tutte le strutture in ferro, tanto più quando sono pubbliche, debbano essere monitorate. Gli elementi arrugginiti debbano essere sostituiti e la stessa struttura metallica deve essere riverniciata quando si presenta la necessità. Se il vecchio ponte in ferro di Arma di Taggia fosse stato sottoposto a verifiche regolari ed effettuate le dovute manutenzioni, oggi non si presenterebbe in situazione tale da rischiare di crollare sulla testa degli utenti della pista ciclopedonale.     

 

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Taggia: Vorrebbe adottare misure drastiche contro gli automobilisti indisciplinati

In un articolo pubblicato sul Secolo XIX si leggeva che Taggia ha il primato assoluto delle multe, per mancanza del rinnovo dell’assicurazione dell’autoveicolo, per chi parla al telefonino mentre guida o per chi sosta con la propria automobile sulle strisce pedonali. Il vice sindaco e assessore alla Polizia Municipale di Taggia, Mario Manni, si esprimeva in merito a questa situazione e in particolare ai provvedimenti da assumere nei confronti degli automobilisti che si rendono responsabili di comportamenti pericolosi per se stessi e la pubblica incolumità.  

 

Il Secolo XIX nel suo articolo trascriveva quanto affermava il vice sindaco e assessore alla Polizia Municipale: “Quando si verificano certi episodi, bisognerebbe intervenire con la demolizione dell’auto. Non è accettabile che ci siano persone che viaggiano con l’assicurazione scaduta o che qualcuno, per non camminare troppo, sosti sulle strisce pedonali, creando problemi a chi è su una carrozzina o alle mamme con i passeggini, l’unica soluzione è la demolizione del mezzo”.

 

Condivido pienamente il fatto che il vice sindaco Mario Manni ce l’ha contro gli automobilisti indisciplinati e, per di più, incoscienti di condurre un’automobile la cui assicurazione è scaduta. Ciò che mi sorprende, invece, è che una persona che fa politica da lunga data si sia espressa in questi termini sul giornale. Sono già previste dalla legge le sanzioni da applicare agli automobilisti che commettono le infrazioni lamentate sul giornale. Agendo nel modo in cui il vice sindaco nonché assessore alla Polizia Municipale vorrebbe castigare i strafottenti ed indisciplinati automobilisti, il Comune di Taggia dalla parte della ragione passerebbe a quella del torto, incorrerebbe di essere querelato dal proprietario dell'autoveicolo ai sensi dell’art. 635 del codice penale. Per leggere la normativa cliccare qui. Per conoscere le pratiche da espletare per demolire un autoveicolo, cliccare qui.

 

 

Riviera Ligure: Ha la ciclabile e (anche) il binario unico

Da Camillo Benso conte di Cavour al giorno d’oggi, la linea ferroviaria Genova-Ventimiglia per 44 chilometri del suo tracciato litoraneo è rimasta a binario unico come nel 1872. Il quotidiano La Stampa il 15 febbraio scorso ha pubblicato un articolo dove si legge: “La Genova-Ventimiglia tra progetti e ritardi: una grande incompiuta”. L’articolo inizia recitando: “Da Cavour al ministro Lupi (e a chi presto ne prenderà il posto): un’incompiuta che dura da oltre un secolo e mezzo”.

 

Fu il conte Camillo Benso che nel 1857 ebbe l’idea di fare costruire una ferrovia costiera tra La Spezia e Ventimiglia, per poter raggiungere in treno la Francia. Nel 1860 furono appaltati i lavori per realizzare l’intero tracciato di 147 chilometri tra Genova e Ventimiglia. I lavori furono completati nel 1872. All’epoca i treni erano dotati di locomotive a vapore, viaggiavano alla velocità massima di 40 chilometri all’ora. 

 

Prima che apparisse l’articolo su La Stampa, il quotidiano Il Secolo XIX in data 18 gennaio scorso pubblicava un articolo titolato “Binario unico, i 19 chilometri della vergogna”. Il raddoppio atteso da 40 anni slitta al 2015. Sul Secolo XIX si legge l’intervento del senatore ligure Maurizio Rossi: “Da tempo in Commissione Trasporti denuncio la vergogna italiana del binario unico che collega Italia e Francia sulla Riviera Ligure. Ho annunciato il mio voto contrario all’investimento miliardario per la Torino-Lione, perché non si valuta con opportuna attenzione la problematica del binario unico che esiste sin dal dopoguerra. Oggi bisogna ringraziare il Signore se non c’è stata una tragedia”.

 

Sulla linea ferroviaria Genova-Ventimiglia oltre la tratta di  44 chilometri rimasta a binario unico come nel 1872, anche i treni sono vecchi e malandati. In estate nelle carrozze l’aria condizionata lascia desiderare. In inverno il riscaldamento nelle carrozze è talmente alto che quando si scende dai treni si rischia di prendere un malanno. Il viaggiatore che raggiunge Ventimiglia con Trenitalia, quando scende dal treno e sale su quello della SNCF, per recarsi in Francia, vede subito la differenza. I treni francesi sono moderni e comodi. In estate le loro carrozze sono climatizzate. In inverno sono riscaldate nella giusta misura.      

 

Se il binario unico anziché trovarsi in Liguria fosse stato in Costa Azzurra, i francesi lo avrebbero già raddoppiato da molto tempo. Non serve a niente avere la pista ciclabile (sul sedime FS dismesso) e una ferrovia sgangherata e, per di più, a binario unico. I francesi non è che siano più bravi o capaci di noi italiani, hanno una qualità che noi non abbiamo:  la serietà. In Italia non siamo neanche capaci di mantenere le nuove stazioni ferroviarie in buono stato. Il video in basso lo dimostra.  

 

      

Taggia: Lascia perplessi il percolato in mare e non solo …

Lunedì 17 febbraio scorso si svolse in Taggia il Consiglio Comunale. All’ordine del giorno figurava una mozione dei gruppi consiliari di minoranza “Camminiamo Insieme” e “Amo questa città”, con la quale chiedevano al sindaco, Vincenzo Genduso, di prendere atto delle conseguenze derivanti dallo sversamento in fognatura di percolato e promuovere azioni risarcitorie per i danni causati al territorio.

 

La Stampa del 25 gennaio scorso pubblicava un articolo titolato "Scoppia il caso-percolato nelle fogne, ritirate le autorizzazioni all'Idroedil". Motivo: la quantità immessa sarebbe pericolosa e non conforme a quella concordata. Sul giornale si legge: "da controlli, è invece risultato l'effettiva pericolosità del residuo dalla decomposizione dei rifiuti". All'indomani, 26 gennaio u.s., La Stampa pubblicava un altro articolo dove si leggeva che dopo il Movimento 5 Stelle interveniva il Comitato Ambiente e Salute. Il suo vicepresidente di Sanremo-Taggia, Alberto Cerutti, affermava: "Siamo sconcertati, la Provincia si è nuovamente intromessa obbligando i sindaci a dare l'autorizzazione".   

 

Il 19 febbraio scorso appariva su La Stampa un altro articolo titolato “Rifiuti, è scontro in Consiglio”. Oltre al pubblico presente in aula consiliare e la polizia municipale, a presenziare vi erano pure tre carabinieri. La presenza dei militare faceva presagire che la seduta consiliare sarebbe stata movimentata. In effetti fu una “seduta ad alta tensione” recita l’articolo de La Stampa, a tal punto che il sindaco Genduso ha minacciato più volte di fare sgomberare l’aula. Sul giornale si legge che Mauro Albanese ha ricordato che le boccette di percolato da esaminare sono state presentate da un addetto della società Idroedil. Il consigliere Albanese del gruppo “Camminiamo Insieme” inizia il suo intervento facendo un paragone: “E’ come dire al ciclista dopato di presentarsi con una boccetta delle urine. E se fosse successo a giugno?  Non possiamo fidarci né dalla Provincia, né dell’Arpal né della Regione”.  Nello stesso articolo La Stampa ha pubblicato l’intervento dei consigliere Massimo Alberghi (Amo questa città) e Mario Conio (Camminiamo Insieme). Sul giornale si legge che Alberghi si sente preso in giro da una società che da trent’anni lucra sul nostro territorio. “E’ in corso una palificazione sulla collima – afferma Alberghi –. E allora basta lotto 6. C’è la prova che la collina sta franando. Ed è piena di rifiuti”. L’intervento di Mario Conio è altrettanto allarmante. “Il 20 gennaio è stata messa in scena una farsa. In mare sono stati immessi 216 mila litri di percolato. E’ impensabile che sia il gestore a portare i campioni. Avete avuto un atteggiamento prono”. Anche il consigliere Paolo Balloni di Riva Ligure, dove insiste il depuratore, ha presentato un'interrogazione in Provincia chiedendo "se ci sono o ci saranno problemi ambientali visto l'alta pericolosità del percolato", si legge su La Stampa del 28 gennaio scorso. Riva Ligure è confinante con Arma di Taggia. Nella fotografia in alto si vede il litorale in corrispondenza delle due cittadine balneari. Riva Ligure si trova a levante rispetto ad Arma di Taggia.  

 

Per percolato s’intende un liquido generato dalle infiltrazioni d’acqua nella massa dei rifiuti e dalla decomposizione degli stessi. Il percolato prodotto dalle discariche dei rifiuti solidi urbani (RSU) è un refluo contenente una quantità più o meno elevata di inquinanti. Per legge il percolato deve essere convogliato e trattato nel sito stesso della discarica o trasportato in impianti autorizzati allo smaltimento di rifiuti liquidi.

 

L’articolo pubblicato su La Stampa termina recitando: “Il sindaco Genduso ha chiarito che non essendoci danni non sarà chiesto un risarcimento alla Idroedil ma solo un corrispettivo per aver usato strutture non sue nello smaltimento”. A questo punto il quesito seguente si pone: “La Idroedil come ha potuto usare strutture non sue nello smaltimento del percolato, senza che i responsabili del depuratore se ne accorgessero? In questa vicenda vi è un altro particolare che lascia perplessi: Il fatto che un politico di lungo corso, quale Mauro Albanese,  abbia detto “non possiamo fidarci né dalla Provincia, né dell’Arpal né della Regione”. Da comune cittadino questa vicenda mi lascia perplesso per molti versi. Mi domando se non possiamo fidarci delle ISTITUZIONI, di chi possiamo fidarci?

 

Tutto ciò che la normativa prevede per il trattamento, lo smaltimento e la raccolta del percolato 

 Propongo ai lettori di visionare il video in basso. Riguarda una vicenda simile a quella di Taggia

Arma: Il ripetitore farà la stessa fine di quello di Poggio?

Due settimane fa, il 2 febbraio scorso, il quotidiano Il Secolo XIX pubblicava un articolo titolato “E’ rivolta in zona Castelletti contro il nuovo ripetitore”. L’articolo inizia recitando che l’antenna per telefoni cellulari che presto dovrebbe entrare in funzione, in mezzo alle abitazioni e a soli 150 metri da una scuola materna, ha suscitato la rivolta in zona Castelletti ad Arma di Taggia.

 

Valter Ottaviano, portavoce della protesta, afferma che l’antenna è stata sistemata in un terreno privato, a pochi metri di distanza da numerose abitazioni, ad altezza d’uomo. Il signor Ottaviano sostiene che la salute pubblica è messa a rischio e che l’antenna deve essere smantellata quanto prima. Sul quotidiano si legge: “Di solito le antenne per i cellulari – afferma Valter Ottaviano – vengono sistemate più in alto e distanti dalle abitazioni, in questo caso sono in mezzo alle abitazioni.”. E ancora: “A questo, si aggiunge un ulteriore problema, la legge vieta assolutamente di installarle nelle vicinanze di scuole. A 150 metri di distanza in linea d’aria si trova un asilo, occorre tutelare i giovanissimi studenti che lo frequentano”.

 

I residenti in zona Castelletti sono determinati a tutelare la propria salute e a far valere le loro ragioni. Sul Decimonono il signor Ottaviano si esprime in modo categorico: “Non lasceremo che venga rovinata la salute a noi, alle altre persone che risiedono nelle vicinanze e ai bambini che frequentano la scuola materna”.

 

Per installare il ripetitore, l'operatore di telefonia cellulare ha dovuto chiedere una concessione edilizia al Comune di Taggia, rilasciata al beneficiario fatti salvi i diritti dei terzi. Il privato che ha permesso alla società telefonica d’installare sul proprio terreno il ripetitore non penso lo abbia fatto per filantropia. 

 

I residenti in zona Castelletti che si ritengono lesi in caso della messa in servizio del ripetitore contestato, non li resterà altro che rivolgersi al TAR, seguendo l’esempio degli abitanti di via Val d’Olivi salita Poggio (Comune di Sanremo). I ricorrenti sanremesi hanno vinto la causa invocando che l’antenna deturpava il paesaggio ed era in contrasto con il valore panoramico ed ambientale della zona posta sotto tutela. Dal momento in cui il TAR della Liguria per tutelare il valore panoramico ed ambientale fa rimuovere un'antenna di telefonia mobile in salita Poggio, a maggior ragione dovrà accogliere l’eventuale ricorso degli abitanti in zona Castelletti, la cui azione sarà volta per la tutela della propria salute, la cosa più preziosa per un essere umano.

 

Lo studio che collega i tumori ai ripetitori di telefonia cellulare